La Grande Guerra di Lussu e Stern

Tutto l’Altopiano di Asiago e le sue montagne sono state profondamente interessate dalla Prima Guerra mondiale dal 1915 al 1918.

Nella zona, già nel 1908 era iniziata l’opera di fortificazione lungo il confine italo – austriaco con la creazione di quella che verrà chiamata la “cintura corazzata degli altopiani”. In particolare sul territorio dei Sette Comuni, o nelle adiacenze, gli italiani innalzarono i forti Corbin, Campolongo, Verena e Lisser, a cui risposero gli austriaci con i forti Luserna, Verle e Spitz di Vezzena, che divennero subito protagonisti nei primi due mesi del conflitto, in quella che fu poi denominata la “guerra dei forti”.
Tuttavia, quando gli Austriaci fecero salire sull’altopiano i loro pezzi di artiglieria, imponenti per gittata e potenza, nulla poterono le fortezze italiane. Nel giro di pochi mesi, infatti, furono disarmate e abbandonate. Iniziò a questo punto la guerra dei soldati, fatta di lunghe e mortali attese nelle trincee e di attacchi inutili e suicidi.

All’inizio del 1916 il comando austro-ungarico decise di passare all’attacco dando il via all' “offensiva di primavera”, ricordata con il nome di Strafexpedition, la “missione punitiva” contro il traditore italiano. L’esercito austro ungarico sfondò le linee italiane in Val d’Assa raggiungendo la conca centrale dell’altopiano e dando il via all’esodo delle popolazioni locali. La linea difensiva italiana arretrò molto, attestandosi in alcune zone, come al Monte Cengio e a Cima Pau, proprio sull’orlo dell’altopiano.

Nel 1917, i comandi italiani decisero di recuperare posizioni lanciando una controffensiva in grande stile, l’ “Operazione K”, che conobbe il suo punto più drammatico nella battaglia dell’Ortigara. In questa persero la vita migliaia di soldati italiani, circa 28.000, a fronte di conquiste territoriali irrilevanti.
In seguito allo sfondamento austriaco a Caporetto, l’esercito italiano si ritirò nuovamente dalle sue posizioni, resistendo inizialmente lungo la linea Fior- Castelgomberto per poi arretrare oltre la Val Frenzela. Qui tre modesti rilievi, il Valbella, il Col del Rosso e il Col Ecchele (da allora chiamati i Tre Monti), rappresentavano l’ultimo caposaldo italiano prima della completa disfatta. Ma lo sforzo bellico austriaco era stato eccessivo e le risorse erano ormai allo stremo e nel giugno del 1918, l’esercito italiano riconquistava i Tre Monti e dava il via a un grande contrattacco.

Trincee sul Monte Zebio

Numerosi sono gli scrittori che narrano dell’Altopiano negli anni della Grande Guerra ed il territorio porta ancora tracce rilevanti, soprattutto nelle zone dove più aspri e prolungati furono i combattimenti: montagne sbriciolate dalla potenza di cannoni e mortai, lunghe trincee che percorrono crinali e vallate, possenti ruderi di fortificazioni, centinaia di chilometri di strade sterrate che permettono di raggiungere anche i luoghi più impervi, decine di piccoli cimiteri disseminati su tutto l’altopiano, nelle molte lapide innalzate per ricordare gesti e operazioni eroiche, nel piccolo, ma ricco Museo della Grande Guerra di Canove, nell’imponente Ossario di Asiago, innalzato sul Laiten, che ospita i resti di 19.900 soldati austro-ungarici e di 34.286 caduti italiani.

VAIA, come una palla da bowling

Le zone più colpite dal vento nell’Altopiano dei Sette Comuni sono state la Val d’Assa e la Piana di Marcesina, con una stima di 800.000 metri cubi di legname - 14 milioni di alberi caduti a terra.

Nell'autunno 2019, Asiago si è riproposta al pubblico con un percorso di installazioni artistiche a tema (il Museo Le Carceri di Asiago ha ospitato l’esposizione “Il senso di Vaia”, un percorso con installazioni artistiche provenienti dagli schianti e dai boschi travolti dalla tempesta) e tra il 2020 e il 2021, Marco Martalar ha realizzato il suo leone ed il suo drago con le cortecce degli alberi abbattuti da Vaia.

Sempre ad inizio 2019 sono iniziati i lavori disboscamento con l'adozione di grandi tecnologici processori, ma di fronte al panorama, l'evento sembra essere successo ieri nonostante i tre anni di indefessi interventi e si stima che potrebbero volerci anche 10 anni per ripulire i boschi, dato che i lavori dovranno svolgersi con norme di sicurezza adeguate.

Processori post-Vaia nella zona della Piana di Marcesina

L'impatto di Vaia qui è singolare. Arrivato con il massimo della sua potenza, il vento ha urtato il suolo come una palla da bowling, lasciando una distruzione a chiazze, sempre più vicine, mano a mano che rallentava la sua corsa. Intorno la foresta è integra. 
Gli abitando hanno realizzato quanto fosse successo nella notte solo al risveglio perché, paradossalmente, la velocità del vento aveva portato con sé anche il rumore assordante degli schianti.



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