Grande Guerra, tra casere e ponti
Tra il 1911-12 fu realizzata del Genio Militare ufficio fortificazioni di Belluno la strada per Erto e la Valcellina che includeva il ponte più alto d'Italia in cemento armato, nella località Colomber, su un abisso di 138 metri. La strada superava il torrente Vajont al ponte "delle Roste" vicino al Piave, di fronte a Longarone, e dal paese di Dogna entrava in sponda sinistra, nella stretta forra del Vajont.
Nella gola attraversava due brevi gallerie, denominate "del castello" e "delle Calade". Nella località Colomber, dove fu costruita una chiesetta dedicata a S. Antonio e un albergo, superava il torrente su un ponte. Giunta in sponda destra, con una serie di ponticelli, un'altra galleria e dei tornanti, saliva fino alla quota del paese di Erto.

Nel novembre 1917, durante la Grande Guerra, la strada diventò famosa per l'attraversamento delle truppe austro-tedesche del tenente Erwin Rommel, nella Battaglia di Longarone. Era l’anno di Caporetto e gli italiani, in ritardo di quattro giorni rispetto al ritiro programmato, si arresero di fronte ad un nemico numericamente inconsistente.
VAIA, ripristino territoriale e nuovo push culturale
La tempesta ha costituito per quest’area una nuova ferita che si somma a quelle della Grande Guerra e al disastro ambientale ed umano verificatosi la sera del 9 ottobre 1963. Migliaia di alberi sono caduti nel 2018 sulla diga.
Oggi, agli interventi di ripristino dei versanti boschivi e contenimento di possibili frane, si affiancano anche azioni di tipo culturale, come la mostra dedicata alla Tempesta presso lo Spazio di Casso.

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| Altopiano di Asiago | Dolomiti bellunesi, Marmolada |
La Città di Ghiaccio
Fin dai primi giorni del conflitto la provincia di Belluno fu in prima linea. Cadore e Agordino confinavano con Cortina, Colle Santa Lucia e Livinallongo - Fodom, al tempo territori del Sud Tirolo austriaco.
Sulle Dolomiti bellunesi tra il 1915 e il 1917 venne combattuta una guerra nella guerra, con caratteri particolari mai visti prima e mai ripetuti in seguito. La linea del fronte dolomitico, dal Lagorai alla Marmolada, dal Col di Lana alle Tofane, dal Cristallo alle creste del Comelico, correva su cime impervie e ghiacciai, in un ambiente ben difficile per i soldati di entrambi gli schieramenti, la maggior parte dei quali non aveva alcuna familiarità con la montagna e le sue insidie.
Tra le tante zone bellunesi interessate dal conflitto, alcune possono essere considerate più significative di altre. Queste infatti diventarono, dopo limitate conquiste da parte degli Italiani, roccaforti oltre le quali non era possibile andare. Tra queste c’erano Monte Piana, Tofane, Lagazuoi, Sass de Stria, Settsass, Monte Sief, Col di Lana e Marmolada.
In quei due anni e mezzo vissero esperienze incredibili: la costruzione della “città di ghiaccio” in Marmolada, la guerra delle mine su Col di Lana, Lagazuoi, Castelletto con cui si fecero saltare le cime delle montagne, la “morte bianca” sotto la neve. Anche i civili delle zone del fronte furono vittime della guerra: interi paesi furono evacuati e distrutti, la popolazione fu allontanata e visse profuga per anni. Al ritorno tutto dovette essere ricostruito.

L’offensiva di Caporetto dell’ottobre 1917 provocò la ritirata dell’esercito italiano sul massiccio del Grappa e sul Piave, il fronte si stabilizzò su questa nuova linea, abbandonando le Dolomiti alla dominazione austro-tedesca: l’Agordino, il Cadore, il Bellunese, il Feltrino divennero zone di occupazione e di sfruttamento, fu l’“anno della fame” per la popolazione, le cui risorse furono usate per nutrire l’esercito invasore, ormai allo stremo. Dopo l’armistizio, i tre comuni di Livinallongo, Colle S. Lucia e Ampezzo che fino ad allora erano stati territorio austriaco, divennero italiani.
VAIA, restituire valore ai servizi ecosistemici
Nel bellunese oltre 40 mila ettari di alberi secolari sono stati schiantati dalla tempesta Vaia.
I soggetti territoriali hanno cercato soluzioni per utilizzare il legname, facendolo diventare energia per case, scuole e imprese in Emilia Romagna, taglieri "solidali", arredi e giochi per il Cheese festival nel cuneese attraverso un'iniziativa promossa da Pefc Italia.

Il Comune di Feltre, ha cominciato a pensare ad una nuova ecologia, con un approccio partecipativo, ispirato ai “laboratori di cittadinanza”, per la rigenerazione del verde urbano dopo Vaia ha progettato un percorso formativo multidisciplinare e di crescita culturale per restituire valore ai servizi ecosistemici forniti dal verde urbano e dal bosco e ha aderito alla “Dichiarazione di emergenza climatica e ambientale” proposta dai giovani di Fridays For Future.
In Comelico, grazie al progetto Ri-Ambientiamovi, le piante abbattute dalla tempesta si trasformeranno in uno spazio per la musica e in una sala di registrazione di strumenti musicali antichi.
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| Altopiano di Asiago | Prealpi bellunesi |
La Grande Guerra di Lussu e Stern
Tutto l’Altopiano di Asiago e le sue montagne sono state profondamente interessate dalla Prima Guerra mondiale dal 1915 al 1918.
Nella zona, già nel 1908 era iniziata l’opera di fortificazione lungo il confine italo – austriaco con la creazione di quella che verrà chiamata la “cintura corazzata degli altopiani”. In particolare sul territorio dei Sette Comuni, o nelle adiacenze, gli italiani innalzarono i forti Corbin, Campolongo, Verena e Lisser, a cui risposero gli austriaci con i forti Luserna, Verle e Spitz di Vezzena, che divennero subito protagonisti nei primi due mesi del conflitto, in quella che fu poi denominata la “guerra dei forti”.
Tuttavia, quando gli Austriaci fecero salire sull’altopiano i loro pezzi di artiglieria, imponenti per gittata e potenza, nulla poterono le fortezze italiane. Nel giro di pochi mesi, infatti, furono disarmate e abbandonate. Iniziò a questo punto la guerra dei soldati, fatta di lunghe e mortali attese nelle trincee e di attacchi inutili e suicidi.
All’inizio del 1916 il comando austro-ungarico decise di passare all’attacco dando il via all' “offensiva di primavera”, ricordata con il nome di Strafexpedition, la “missione punitiva” contro il traditore italiano. L’esercito austro ungarico sfondò le linee italiane in Val d’Assa raggiungendo la conca centrale dell’altopiano e dando il via all’esodo delle popolazioni locali. La linea difensiva italiana arretrò molto, attestandosi in alcune zone, come al Monte Cengio e a Cima Pau, proprio sull’orlo dell’altopiano.
Nel 1917, i comandi italiani decisero di recuperare posizioni lanciando una controffensiva in grande stile, l’ “Operazione K”, che conobbe il suo punto più drammatico nella battaglia dell’Ortigara. In questa persero la vita migliaia di soldati italiani, circa 28.000, a fronte di conquiste territoriali irrilevanti.
In seguito allo sfondamento austriaco a Caporetto, l’esercito italiano si ritirò nuovamente dalle sue posizioni, resistendo inizialmente lungo la linea Fior- Castelgomberto per poi arretrare oltre la Val Frenzela. Qui tre modesti rilievi, il Valbella, il Col del Rosso e il Col Ecchele (da allora chiamati i Tre Monti), rappresentavano l’ultimo caposaldo italiano prima della completa disfatta. Ma lo sforzo bellico austriaco era stato eccessivo e le risorse erano ormai allo stremo e nel giugno del 1918, l’esercito italiano riconquistava i Tre Monti e dava il via a un grande contrattacco.

Numerosi sono gli scrittori che narrano dell’Altopiano negli anni della Grande Guerra ed il territorio porta ancora tracce rilevanti, soprattutto nelle zone dove più aspri e prolungati furono i combattimenti: montagne sbriciolate dalla potenza di cannoni e mortai, lunghe trincee che percorrono crinali e vallate, possenti ruderi di fortificazioni, centinaia di chilometri di strade sterrate che permettono di raggiungere anche i luoghi più impervi, decine di piccoli cimiteri disseminati su tutto l’altopiano, nelle molte lapide innalzate per ricordare gesti e operazioni eroiche, nel piccolo, ma ricco Museo della Grande Guerra di Canove, nell’imponente Ossario di Asiago, innalzato sul Laiten, che ospita i resti di 19.900 soldati austro-ungarici e di 34.286 caduti italiani.
VAIA, come una palla da bowling
Le zone più colpite dal vento nell’Altopiano dei Sette Comuni sono state la Val d’Assa e la Piana di Marcesina, con una stima di 800.000 metri cubi di legname - 14 milioni di alberi caduti a terra.
Nell'autunno 2019, Asiago si è riproposta al pubblico con un percorso di installazioni artistiche a tema (il Museo Le Carceri di Asiago ha ospitato l’esposizione “Il senso di Vaia”, un percorso con installazioni artistiche provenienti dagli schianti e dai boschi travolti dalla tempesta) e tra il 2020 e il 2021, Marco Martalar ha realizzato il suo leone ed il suo drago con le cortecce degli alberi abbattuti da Vaia.
Sempre ad inizio 2019 sono iniziati i lavori disboscamento con l'adozione di grandi tecnologici processori, ma di fronte al panorama, l'evento sembra essere successo ieri nonostante i tre anni di indefessi interventi e si stima che potrebbero volerci anche 10 anni per ripulire i boschi, dato che i lavori dovranno svolgersi con norme di sicurezza adeguate.

L'impatto di Vaia qui è singolare. Arrivato con il massimo della sua potenza, il vento ha urtato il suolo come una palla da bowling, lasciando una distruzione a chiazze, sempre più vicine, mano a mano che rallentava la sua corsa. Intorno la foresta è integra.
Gli abitando hanno realizzato quanto fosse successo nella notte solo al risveglio perché, paradossalmente, la velocità del vento aveva portato con sé anche il rumore assordante degli schianti.
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